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Firefox : La volpe e il leopardo, adesso ancora più legati!
Firefox
Punto-Informatico : Mountain View (USA) - Lo scorso venerdì Mozilla Foundation ha distribuito un aggiornamento per Firefox, il 2.0.0.8, che sistema otto vulnerabilità, tra le quali due potenzialmente gravi ed una relativa all'ormai ben noto problema degli URI. L'update ha anche migliorato la compatibilità di Firefox 2 con l'imminente Mac OS X 10.5 Leopard.

Le falle corrette da Firefox 2.0.0.8, elencate in questa pagina e sintetizzate qui da FrSIRT, comprendono due bug classificati come "critical" e utilizzabili per eseguire del codice in modalità remota: il primo problema è legato alla corruzione della memoria, mentre il secondo ad un non corretta gestione degli oggetti Script.

Tra le altre debolezze, valutate di rischio basso o moderato, ve n'è una legata al famigerato problema della validazione degli URI: quest'ultima patch, l'ennesima relativa alla gestione degli URI, rafforza il controllo di validità sugli indirizzi passati al browser da un'applicazione esterna, come un player multimediale o un client di email. L'ultima versione del browser introduce anche un meccanismo di sicurezza che, ogni qual volta Firefox esegue un'applicazione esterna, all'utente viene chiesto di autorizzare l'operazione ed eventualmente memorizzare questa scelta una volta per tutte (v. immagine sotto).


Come si ricorderà, di recente Microsoft ha ammesso che il problema degli URI è originato dall'accoppiata Windows XP/Internet Expoler 7, e che presto rilascerà una patch per risolvere la debolezza "a monte", ossia lato sistema operativo. Il big di Redmond ha però sottolineato l'importanza di filtrare gli URI anche lato applicazione, così da avere una verifica incrociata.

Alcune delle vulnerabilità appena corrette in Firefox, tra le quali quella relativa alla corruzione della memoria, interessano anche Thunderbird e saranno corrette nella prossima release del noto email client di Mozilla.

Come si è detto, la versione Mac di Firefox 2.0.0.8 include anche una serie di migliorie e fix volti ad incrementare la compatibilità del browser con l'imminente Leopard.

"Prima del rilascio di Firefox 2.0.0.8, Firefox non girava granché bene su Leopard", ha spiegato Asa Dotzler, noto sviluppatore di Firefox. "Ora molti problemi sono stati risolti, ma la compatibilità tra Firefox e Leopard non è ancora al 100%: contiamo di renderla tale molto presto".

L'ultima versione di Firefox può essere scaricata manualmente da Mozillaitalia.org oppure attraverso la funzione di aggiornamento automatico integrata nel software.

Postato da Fix23 il Martedì, 23 ottobre @ 13:30:00 CEST   
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MSN : Messanger sicuro? Non è un sogno.
MSN
Punto Informatico : - "Ma quale censura, se censurassimo qualcosa ci sarebbe la rivoluzione, in Italia abbiamo milioni di utenti, se si cambia anche solo uno spillo se ne accorgono tutti". Non usano mezzi termini i responsabili di Microsoft Italia nel respingere le ipotesi avanzate da alcuni in merito al filtraggio di certe URL nelle conversazioni che si svolgono tra utenti su Windows Live Messenger.

"Il punto è un altro - racconta Microsoft - è che ci sono siti che approfittano della popolarità dello strumento e talvolta frodano gli utenti oppure più semplicemente mettono a rischio la loro sicurezza. E noi dovremmo stare con le mani in mano?" Nessuna censura, dunque, la tesi da sempre sostenuta da Microsoft rimane integra: se qualche URL "non passa" nelle conversazioni è perché si trova in una block list dell'azienda per un motivo o per l'altro. D'altra parte, sottolinea l'azienda, qualcuno ha forse dimenticato il caso Checkmessenger?

Esiste una protezione lato client, che è quella che consente, come opzione, di evitare l'accettazione di URL nei messaggi, ed esiste anche un filtering lato server. E nel caso specifico? Si parlava di eBuddy.com. "In quel caso - spiega Microsoft - si tratta di siti che cercano di utilizzare i servizi della nostra piattaforma. Nulla di male, ma noi non sappiamo come le informazioni vengono trasferite, quali siano le policy e gli strumenti utilizzati, non ci sono procedure certificate, ergo non possiamo che bloccare queste URL, cosa che avviene non in Italia ma a livello di corporation". EBuddy.com è peraltro un sito esplicitamente dedicato a chi utilizza lo sparamessaggini di Microsoft o quelli di altri produttori. "Ad esempio - osservano i responsabili del servizio in Italia - con eBuddy non sappiamo quale sia l'utilizzo che viene fatto delle informazioni, e con quali logiche, oppure se la sicurezza adottata sia convincente".

Ma quindi che fare se si vuole realizzare un servizio dedicato a quei software? Non si può fare? "Tutt'altro - racconta Microsoft - tutti i nostri prodotti sono sempre più dei web services, molti offrono API, altri SDK, dedicati agli sviluppatori. Se si vuole lavorare per molti di questi, il miglior punto di partenza è Windows Live Dev". Non ci sono certificazioni ma vengono messi a disposizione di sviluppatori di servizi una serie di strumenti utili, standardizzati, utilizzando i quali si aderisce alle policy Microsoft e si può quindi a buon titolo evitare di finire in block list di sicurezza.

Postato da Fix23 il Martedì, 23 ottobre @ 10:30:00 CEST   
(Leggi Tutto... | 2857 bytes aggiuntivi | commenti? | Voto: 5)    

Il P2P in generale : Pesanti accuse per la Comcast
Il P2P in generale
Punto Informatico :  La moda di filtrare il traffico P2P a quanto sembra si riaffaccia spesso nelle policy degli ISP. È la volta di Comcast, il popolare fornitore americano, che non sembra avere simpatia per chi scarica tramite BitTorrent. Chi lo ha rilevato è un reporter di Associated Press, che ha voluto approfondire personalmente dopo aver raccolto testimonianze di utenti del noto ISP, rimasti delusi dalle prestazioni poco entusiasmanti del Torrente di dati mentre attraversa la foresta la rete Comcast.

L'intraprendente giornalista, tenendo conto dell'attenzione quasi maniacale che negli Stati Uniti si nutre per il copyright prima ancora che sul traffico P2P, ha scelto come oggetto della prova un file che fosse corposo ma anche non coperto da copyright: la Bibbia. Così, come riporta anche BoingBoing, con la collaborazione di alcuni ha avviato il download da due diversi computer, uno dislocato a San Francisco e uno a Filadefia, entrambi connessi ad Internet mediante cable modem di Comcast (il cable modem, come racconta Wikipedia, è un precursore della più moderna ADSL, che ottiene il collegamento con il provider sfruttando la rete della TV via cavo, molto diffusa negli Stati Uniti).

Nei primi due tentativi il download non ha trasferito nulla; al terzo tentativo, dopo ben 10 minuti di attesa, il trasferimento è partito. Nel senso contrario, ovvero cercando di condividere un file molto richiesto, le connessioni sono state ugualmente impedite. Una terza prova è stata fatta, con gli stessi criteri, dall'area di Boston; scaricare la Bibbia non è stato possibile per un errore non legato al filtraggio, mentre la condivisione è riuscita e i file condivisi sono stati inviati verso la rete.

Secondo quanto riferisce Santa Barbara News, non contento il giornalista ha fatto fare altre prove, sempre con la Bibbia, da altre tre connessioni: una fornita da Time Warner Cable, una da Cablevision Systems e la terza dalla linea business della sede di Associated Press, fornita da AT&T e da Cogent Communications. Nessuna di queste ha presentato i problemi riscontrati nei primi test.

A seguito della testimonianza di Robb Topolski, abbonato Comcast che ha indagato approfonditamente e ha individuato pacchetti di reset inseriti nei flussi BitTorrent, il giornalista ha ulteriormente indagato, evidenziando di nuovo il nome di Sandvine, noto per i prodotti e i servizi di gestione delle grandi reti.

Successivamente Ashwin Navin, presidente di BitTorrent, ha confermato la possibilità che l'abbonato fosse filtrato da apparati Sandvine ma Charlie Douglas, un portavoce di Comcast interpellato sulla vicenda, non ha dato alcuna conferma: "Non riveliamo mai i nostri fornitori o i nostri schemi di gestione della rete, sia per ragioni di competitività che per proteggerci dagli abusi", ha detto.

Viene spontaneo chiedersi se questo episodio emerga davvero casualmente dopo il rilascio del Manuale per il rispetto della legge di Comcast, nel quale, tra l'altro, non vi è menzione alcuna di filtri e simili. E in Italia?  MIstero...

Postato da Fix23 il Lunedì, 22 ottobre @ 21:10:01 CEST   
(Leggi Tutto... | 3477 bytes aggiuntivi | commenti? | Voto: 5)    

Skype : Trojan ruba Password
Skype
Punto-Informatico : Gli utenti del popolare programma di telefonia IP Skype devono guardarsi da una nuova minaccia che viene dalla Rete, e che porta il mendace nome di Skype Defender. Si tratta di un cavallo di Troia che utilizza tecniche di social engineering per tentare di rubare agli utenti i loro dati di autenticazione.

Il trojan si fa passare per un "plug-in di sicurezza" che, una volta eseguito, chiude automaticamente Skype e visualizza a schermo una finestra di log-in molto simile a quella del vero Skype: se l'utente casca nel tranello, ed introduce le sue credenziali, queste vengono automaticamente inviate verso un server maligno. Tra l'altro, il malware non accetta alcuna combinazione di user name e password, ed avvisa ogni volta l'utente che i dati di autenticazione non sono corretti.

Compromettendo gli account di Skype, il cracker che controlla il trojan può guadagnare l'accesso ai crediti di SkypeOut, il servizio a pagamento di Skype: tali crediti, secondo gli esperti di sicurezza, possono essere eventualmente rivenduti o barattati con gli altri cracker in cambio di exploit ed altri favori.

F-Secure, che ha denominato Skyper.B il cavallo di Troia, spiega in questa pagina che il malware tenta anche di sottrarre tutti i nomi utente e password memorizzati dal servizio Windows Protected Storage. La società spiega poi che Skyper.B non è in grado di propagarsi automaticamente, pertanto per diffondersi dev'essere manualmente allegato ad una email, inviato via instant messaging o scaricato da web o reti P2P.

Postato da Fix23 il Sabato, 20 ottobre @ 17:30:00 CEST   
(commenti? | Voto: 5)    

United Hacker : Cracca il 911 e mette in moto gli SWAT
United Hacker
Punto-Informatico - C'è del clamoroso nei sistemi di sicurezza e verifica del 911 americano, il servizio telefonico di emergenza. È bastato che un giovane cracker di 19 anni smanettasse col suo computer perché il 911 mobilitasse un intero reparto SWAT e lo spedisse a svegliare brutalmente una ignara famiglia americana.

Stando alle cronache, il giovane Randall Ellis avrebbe falsificato la propria identità grazie ad un hacking telematico, facendo credere ai centralini del 911 che si trovava nel bel mezzo di una sparatoria, un attacco di un tossicodipendente che minacciava di sparare a sua sorella. Sparatoria che gli agenti hanno creduto si stesse verificando davvero, motivo per il quale hanno allertato i reparti di emergenza.

Questi sono giunti non all'abitazione del cracker ma a 750 miglia di distanza, a casa di una famiglia che è stata svegliata dall'arrivo degli agenti.

Ora Ellis è chiamato a presenziare ad una udienza nella quale gli verranno contestati reati che vanno dall'accesso abusivo ad un sistema informatico alla frode, alla dichiarazione di falso, alla menzogna nel riportare un delitto e altri ancora.

Ciò che può apparire ancora più inquietante è che, secondo gli inquirenti, il 911 sarebbe stato gabbato da Ellis già in diverse altre occasioni: almeno 5 volte gli agenti SWAT sarebbero stati mandati in giro a vuoto dal cracker. Un'attività che ora ha persino un nome: "SWATing".

Postato da Fix23 il Sabato, 20 ottobre @ 15:54:01 CEST   
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Il P2P in generale : P2P? No grazie.
Il P2P in generale
Punto-Informatico : È una questione di sicurezza nazionale: fino a nuovo ordine, fino a quando le autorità competenti non le avranno dichiarate sicure, meglio non accedere alle reti P2P. Questo il monito lanciato ai cittadini da una ventina di membri del Congresso USA, che ha incoraggiato la Federal Trade Commission (FTC) a svolgere un'indagine conoscitiva che possa rendere tutti più consapevoli dei rischi per la privacy ai quali sono esposti coloro che condividono e attingono ai contenuti che circolano nelle reti P2P.

Un ritornello che ricorre da anni: il gruppo di politici, estremamente preoccupati per la sicurezza dei cittadini, fa ora leva proprio sulla FTC, che nel 2003 aveva già lanciato l'allarme sicurezza; il Trademark and Patent Office statunitense aveva preparato il terreno a marzo 2007, e lo stesso gruppo di parlamentari aveva già tentato nei mesi scorsi di accoppiare privacy e file sharing in un binomio esplosivo per la sicurezza nazionale.

Sono sempre di più i malintenzionati che si guadagnano da vivere con furti di identità e sconfinamenti nei dati custoditi negli hard disk dei netizen, spiegano i firmatari dell'accorata lettera indirizzata alla FTC. Il primo caso eclatante, citato dal gruppo nel documento, risale a settembre scorso: un truffatore, sfruttando delle falle di Limewire, si è accaparrato i dati personali di almeno ottanta vittime, facendoli fruttare 70mila dollari. Una fortunata coincidenza che le forze dell'ordine abbiano potuto assicurare alla giustizia il malvivente. Per questo motivo si chiede alla FTC di indagare, di riconoscere che i sistemi P2P mettono a repentaglio la privacy degli utenti, per questo si chiede alla FTC di approntare strategie adeguate per tutelare i cittadini della rete.
E' certo vero che esistono dei rischi nell'uso dei sistemi di condivisione P2P, spesso però generati da comportamenti avventati di utenti poco competenti. Non basterebbe informare i netizen e incoraggiare un uso più consapevole e responsabile delle tecnologie?
La richiesta che giunge del Congresso, suggeriscono i commentatori, sembra piuttosto un tentativo di scoraggiare le pratiche di file sharing, agevolato dalla potente industria dei contenuti.

Nel quadro tracciato dal gruppo di parlamentari, nella raffigurazione di sistemi P2P che tendono agli utenti delle trappole insidiose, stonano un poco la recenti decisioni di Isohunt e di Torrentspy, che hanno proibito l'accesso agli utenti americani perché incapaci di garantire loro la tutela dei dati personali, ambiti e tracciati dalle autorità statunitensi.

Postato da Fix23 il Venerdì, 19 ottobre @ 14:11:15 CEST   
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Linux : Linux per le baraccopoli
Linux
Punto-Informatico - L'Africa arranca, impantanata in un digital divide strutturale: le iniziative benefiche certo non si propongono come la soluzione al problema globale del digital divide, ma agiscono per supportare concretamente le popolazioni dei paesi in via di sviluppo nel loro quotidiano. Questo l'obiettivo di Linux in The Slum, un progetto traghettato da due associazioni non profit italiane, OsES e AfrikaSì.

Baraccopoli polverose e sovraffollate, insediamenti che gravitano attorno alle città privi di ogni servizio, agglomerati urbani fatiscenti nei quali le Nazioni Unite stimano viva un terzo della popolazione mondiale e il 70 per cento di coloro che popolano l'Africa subsahariana. Linux in the slum è operativo proprio presso queste comunità, con una donazione di macchine su cui gira software Open Source e un corso di alfabetizzazione informatica che introduca i giovani all'uso del computer, stimolando la curiosità per tecnologie che potrebbero innescare nei paesi emergenti dei virtuosi circuiti economici.

Tre PC Compaq donati da volontari e riconvertiti da OsES ad Ubuntu, il pacchetto Open Office, Firefox, Totem come lettore multimediale e Gimp per il fotoritocco: così è composto il parco macchine che le due organizzazioni hanno consegnato nel mese di agosto alla Nursery School di AfrikaSì, presso Deep Sea, uno dei 140 slum di Nairobi.

Prima fase del progetto, che ha preso il via in questi giorni, l'infarinatura per gli insegnanti, per garantire loro le competenze da trasferire agli studenti. Saranno competenze di base, che aiuteranno i giovani a prendere confidenza con il computer, passando per attività utili o divertenti che sappiano catturare la loro attenzione. Seconda fase, l'approccio con Internet, che può ampliare le prospettive dei ragazzi, introducendoli ad una serie di opportunità per emanciparsi, opportunità precluse a coloro che sono costretti offline.

Quella delle due organizzazioni italiane non è la prima iniziativa di stampo Open Source ad attecchire nei paesi emergenti: ci ha provato BioVision Foundation sempre in Kenia, ci ha provato il Solo Project, puntando sul coinvolgimento nel sistema produttivo delle popolazioni locali, ci ha provato Negroponte con One Laptop Per Child.

Quella del software libero ed open source è una colonizzazione virtuosa: non si tratta di iniziative filantropiche solo sulla carta, che costringono gli utenti in un lock-in che l'industria del software può mungere a sua discrezione, non incita alla pirateria, pratica che ormai fa parte dei costumi locali, incoraggia la creazione di comunità di sviluppatori che potrebbero trasformare in un modello di business la loro passione e la loro curiosità.

Postato da Fix23 il Martedì, 16 ottobre @ 19:23:20 CEST   
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United Hacker : P2P senza protezione? Guai seri!
United Hacker
Roma - PeerGuardian, il programmino di Phoenix Labs pensato per tenere fuori dalla porta del PC gli indirizzi IP noti per essere al soldo di RIAA, MPAA e simili organizzazioni dedite alla "caccia al condivisore" è molto più che utile durante le sessioni con il proprio client di P2P preferito: è indispensabile.

Questo almeno è quello che si evince dalla lettura di una recente ricerca condotta in ambito universitario, che ha "saggiato" l'effettiva utilità delle blacklist di IP tipiche di software quali appunto il suddetto PeerGuardian.

Lo studio è opera di tre ricercatori della University of California, Riverside, curiosi di verificare la percentuale di possibilità per cui un utente di file sharing possa finire dritto nelle fauci dei "fake user", peer fittizi con cui organizzazioni sul genere di MediaDefender inondano la rete con il solo scopo di raccogliere gli IP dei condivisori di un particolare file o contenuto. Il risultato del lavoro degli studiosi è un PDF dal titolo piuttosto eloquente: "P2P: Is Big Brother Watching You?".

Usando un client appositamente modificato per lo scopo, i tre universitari hanno raccolto e analizzato più di 100 Gigabyte di header TCP agli inizi del 2006. Dopo 90 giorni di tracciamento e catalogazione, lo studio ha fatto emergere una realtà ben nota agli utenti del P2P ma fino ad ora mai analizzata con criteri analitici: senza l'impiego di una blacklist e di un software di IP filtering, la possibilità di venire tracciati è praticamente automatica. Il 12-17% di tutti i peer della rete impiegata nell'esperimento è risultato appartenente alle liste degli indirizzi bannati, e senza un tool protettivo lo scambio di informazione con tali peer fasulli è una certezza.

Usando invece i suddetti tool, le possibilità di venire catalogati e beccati calano drasticamente: secondo i ricercatori, evitare le connessioni alla top list dei 5 IP bloccati basta a ridurre le suddette possibilità dal 100% all'1%. E che gli IP delle liste testate durante lo studio appartengano proprio alle società a cui essi sono attribuiti appare quantomeno probabile, considerando che la stragrande maggioranza di essi non viene risolta in maniera normale dalle query DNS. Le mediadefender della rete tendono insomma a camuffare le proprie tracce mentre fanno il lavoro sporco.

Discorso diverso invece per la garanzia assoluta della riconducibilità degli indirizzi alle società specializzate in fake: per quello, sostengono gli studiosi, occorrerebbe produrre uno studio apposito. A favore delle blacklist giocano gli sforzi impiegati dai supporter del P2P per metterle insieme nel corso del tempo, e il fatto che i filtri dimostrino comunque di essere attivi e di bloccare i range di indirizzi incriminati, anche se non solo quelli. In mancanza di dati più certi, per gli aficionado della condivisione è già un buon risultato.

Postato da Fix23 il Domenica, 14 ottobre @ 12:07:33 CEST   
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United Hacker : Firefox mostra i muscoli
United Hacker
Mountain View (USA) - Dopo un paio di esperienze che le hanno consentito di saggiare il fertile terreno del mercato mobile, Mozilla è ora decisa a fare sul serio e sviluppare una vera e propria versione mobile di Firefox. Ad annunciarlo è stato Mike Schroepfer, vice president of engineering di Mozilla, che nel proprio blog spiega perché sia giunto il momento di "portare l'esperienza e la tecnologia di Firefox sui dispositivi mobili".

"La gente ci chiede di continuo quali siano i piani di Mozilla per il web mobile, e sono davvero entusiasta di annunciare che siamo pronti a scuotere questo settore", ha proclamato Schroepfer.

La celebre società open source è dunque pronta a sfidare i molti microbrowser oggi sul mercato, tra i quali Opera Mobile e Opera Mini, NetFront, Mobile Explorer, Blazer e la versione embedded di Safari inclusa in iPhone. Sebbene si tratti di un settore tutto sommato giovane, i concorrenti non mancano di certo.

Ma perché scendere ufficialmente in campo proprio adesso? Il dirigente di Mozilla afferma che ci sono almeno due buone ragioni. La prima è che il settore mobile rappresenta ormai uno sbocco quasi obbligato per i browser web: il numero di dispositivi mobili batte infatti quello dei computer di 20 a 1, e Firefox potrebbe rappresentare anche qui un'alternativa open source ai browser, spesso proprietari, integrati in smartphone e computer handheld.

La seconda ragione è che i dispositivi mobili di nuova generazione, a partire dagli smartphone di fascia medio-alta, sono ormai idonei a far girare una versione "lite" di Firefox senza troppi compromessi, e soprattutto senza costringere Mozilla a sviluppare una piattaforma di browsing ex novo. A tal proposito Schroepfer ricorda come iPhone disponga di 128 MB di memoria DRAM e di un processore con clock compreso fra 400 e 600 MHz, e come ARM abbia già pianificato il lancio, per il 2010, di una CPU embedded multicore otto volte più veloce di quella utilizzata da iPhone.

Per creare quello che Schroepfer ha già battezzato Mobile Firefox, Mozilla si rifarà all'esperienza maturata con i progetti Minimo (ormai abbandonato) e MicroB. Lo scorso luglio quest'ultimo ha partorito un browser basato sulla piattaforma Mozilla in grado di girare sull'Internet tablet N800 di Nokia (ma ne esiste una versione anche per il precedente modello N770).

MicroB rappresenta un'anteprima molto importante di ciò che sarà Mobile Firefox, perché per la prima volta porta su di un dispositivo poco più grande di un PDA un browser fondato sulle stesse tecnologie di Firefox: tra queste, il motore di rendering Gecko 1.9 (lo stesso che si troverà integrato in Firefox 3), una versione ridotta del linguaggio per lo sviluppo di interfacce utente XUL, un'architettura modulare e il motore Javascript. Tali caratteristiche permettono oggi a MicroB, e permetteranno in futuro a Mobile Firefox, di supportare le applicazioni AJAX e Flash 9, i feed RSS, gli add-on (plug-in ed estensioni), i certificati digitali, le immagini e le animazioni in formato Scalable Vector Graphics (SVG), nonché gli standard CSS, DOM, XML, XSLT e XPath.

L'interfaccia XUL è un componente chiave, perché per mezzo di essa gli sviluppatori di terze parti saranno in grado non soltanto di personalizzare ogni aspetto di Mobile Firefox, ma anche di farvi girare sopra widget e rich Internet application.

Postato da schok99 il Sabato, 13 ottobre @ 15:39:15 CEST   
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United Hacker : Il Pishing che ti premia!
United Hacker
Roma - Gli utenti più smaliziati ci hanno riso sopra ma la verità è che le più recenti trovate dell'industria criminale del phishing possono facilmente mettere nel sacco chi ancora non conosce il fenomeno così bene da mantenere uno stato di allerta..

Postato da Fix23 il Martedì, 25 settembre @ 18:23:55 CEST   
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